sabato 2 marzo 2019

Frühlingsstimmen-Walzer

Ieri ricorreva l'anniversario della prima esecuzione assoluta in matinée del "Frühlingsstimmen-Walzer" (Valzer delle voci di primavera) di Johann Strauss jr, avvenuta il 1 Marzo 1883 nel Theater an der Wien di Vienna ad un concerto di beneficenza per la fondazione degli indigenti dell'Impero austro-ungarico fondata dall'imperatore Francesco Giuseppe e dall'imperatrice Elisabetta.

Nell'inverno del 1882-83 Strauss fu invitato a comporre un valzer vocale per il celebre soprano austriaco Bianca Bianchi (bizzarro nome d'arte di Bertha Schwarz), al tempo un acclamato membro del Wiener Hopfoperntheater (Teatro dell'opera imperiale).
Successivamente il valzer venne arrangiato da Johann in versione solamente orchestrale e fu eseguito in questa forma, oggi celeberrima, da Eduard Strauss durante uno dei suoi concerti al Musikverein nel 1883.

Nel video, il soprano francese Natalie Dessay al suo debutto all'Opera di Stato di Vienna nel 1993, con una favolosa messa in scena in stile anni '80 del XIX secolo.


Sophie contessa Chotek di Chotkov e Wognin

Ricordiamo oggi la nascita di una figura che mi piace molto, Sophie contessa Chotek di Chotkov e Wognin, avvenuta a Stoccarda il 1° marzo 1868.
Come i suoi sette fratelli, Sophie ricevette una buona istruzione e fu formata da insegnanti privati. Dopo la morte di sua madre, insieme alla sorella, tenne le redini della famiglia e imparò l'importanza della vita domestica e del governo d'una casa.
Giovinetta di sani principi morali, intelligente, bella e femminile con un vitino da vespa degno di Sissi, volitiva, caparbia e di buon cuore, rigidamente cattolica, priva di una fortuna propria fu accolta in casa dell'arciduca Federico di Teschen, capo del ramo cadetto boemo dell'Impero austro-ungarico e comandante d'un corpo d'armata a Bratislava. Divenne dama di compagnia della di lui moglie, l'arciduchessa Isabella di Croy-Dülmen, duchessa di Teschen.
Nel 1894, alcuni dicono nel 1896, l'arciduca Francesco Ferdinando incontrò la sua futura moglie, la contessa Sofia Chotek, a un ballo a Praga e si innamorò. La relazione fu tenuta segreta fino al 1899 poiché l'erede al trono d'Austria non poteva sposare una semplice donna proveniente dalla vecchia nobiltà boema. I due iniziarono una lunga e romantica relazione epistolare. 


Quando nell'estate 1895 il giovane arciduca si vide costretto a recarsi al Passo della Mendola, sopra Bolzano, per curare una malattia polmonare, molte furono le lettere affettuose indirizzare all'amata.
Qui sotto il complesso dei grandi alberghi al Passo della Mendola, l'Mendelhof a destra e il Mendelpass a sinistra. Francesco Ferdinando alloggiò presso l'hotel Mendelhof il cui giardino fu transennato in parte per l'ospite di alto rango dove fu posta una sdraio sulla quale l'arciduca passava molte ore del giorno a riposare respirando l'aria pura e rarefatta del luogo.

In onore dell'arciduca, la proprietaria degli alberghi, la signora Maria Spreter, fece costruire un viottolo che partendo dalla strada principare portava ad un punto panoramico con vista spettacolare sulla Valle dell'Adige, Bolzano e le Dolomiti: in quel punto venne eretto un piccolo capanno dove il nobile trascorreva gran parte del suo tempo. Il capanno esiste ancora e prende il nome di Franz-Ferdinand-Höhe.




Qui sotto altre informazioni sul Passo della Mendola, a me tanto caro:





Ritorniamo a Sophie e Francesco Ferdinando: grazie alla mediazione della contessa Clementina von Lutzow, un ex dama d'onore dell'imperatrice Elisabetta, i due innamorati nel 1898 trascorsero alcuni giorni in incognito nella città termale di Bad Neuenahr.




Ma cosa accadde poi? L'arciduchessa Isabella aveva sei figlie in età da marito e Francesco Ferdinando, che con la famiglia di Federico aveva un'ottima amicizia ed era di stanza in una guarnigione militare a Praga, ora ne accettava di buon grado ogni invito e andava al castello di Halbturn, la casa dell'arciduca Federico, addirittura due o tre volte alla settimana.
Ciò non fece altro che alimentare le speranze dell'arciduchessa Isabella che l'erede al trono fosse innamorato della figlia maggiore, Maria Christina, e già si vedeva come suocera dell'Imperatore d'Austria. Immaginatevi che scandalo quando Isabella scoprì, disperso su un campo da tennis, l'orologio dell'arciduca: lo aprì aspettandosi di trovarvi all'interno una foto della figlia ma il medaglione conteneva una foto di Sophie. Immaginate la reazione dell'arciduchessa Isabella quando scoprì che Francesco Ferdinando faceva il filo alla sua dama di compagnia.
Ovviamente l'arciduchessa volò immediatamente dall'imperatore affinché egli prendesse provvedimenti. Francesco Giuseppe rifiutò di dare il suo permesso al matrimonio poiché Franz Ferdinand era diventato erede al trono d'Austria dopo il suicidio del cugino principe ereditario Rodolfo nel 1889 e la morte di suo padre Carlo Ludovico nel 1896. Anche se i Chotek erano una nobile famiglia almeno dal 14 ° secolo ed erano stati fatti conti del Sacro Romano Impero nel 1745, non erano di rango dinastico - sebbene Sophie fosse una discendente degli Asburgo, da Elisabetta, sorella del re Rodolfo I di Germania, antenata di Francesco Ferdinando. La madre di Sophie, la contessa Wilhelmine, poteva addirittura indicare con orgoglio nel proprio albero genealogico il nome degl'illustri Kinsky, che servirono a lungo molti sovrani asburgici nel corso dei secoli.
Nonostante questa discendenza, i Chotek non erano ritenuti idonei ad entrare nei circoli più alti dell'aristocrazia austro-ungarica.

Francesco Ferdinando rispose ostinatamente d'aver già fatto la propria scelta e di non voler sentire ragioni.
Nel 1899 solo dopo un'udienza della matrigna di Francesco Ferdinando, Maria Teresa, l'imperatore accettò di permettere all'arciduca di sposare Sophie a condizione che il matrimonio fosse morganatico e che nessun discendente di Francesco Ferdinando e sua moglie non avesse diritti di successione per il trono, così come pure ruolo di rappresentanza a Corte.
Ciononostante, il Kaiser di Germania, Guglielmo II, caratterialmente affine al burbero Francesco Ferdinando, aveva preso in simpatia la coppia invitandola sovente a Corte e mostrando verso Sophie una deferenza che impressionò favorevolmente l'arciduca.
Il matrimonio di Sophie e di Francesco Ferdinando avvenne il 1° luglio 1900 a Reichstadt, in Boemia. L'imperatore e nessuno degli arciduchi parteciparono al matrimonio. Gli unici membri della famiglia imperiale presenti erano la matrigna di Francesco Ferdinando, l'arciduchessa Maria Teresa e le sue due figlie.



La loro unione fu bella e serena proprio perché vera e coronata dall'amore più autentico. Nelle lunghe lettere che l'erede al trono scriveva alla madre, non mancava mai di precisare quanta serenità gli donasse la moglie e quanto si sentisse felice al fianco della sua "Sopherl".

La coppia ebbe quattro figli:
- la principessa Sophie di Hohenberg (1901-1990), sposata col conte Friedrich von Nostitz-Rieneck (1891-1973)
- Massimiliano, duca di Hohenberg (1902-1962) che sposò la contessa Elisabetta von Waldburg zu Wolfegg und Waldsee (1904-1993). Ironicamente i suoi figli sposarono i discendenti delle case reali di Francia e Portogallo.
- Ernst di Hohenberg (1904-1954), sposò Marie-Therese Wood (1910-1985)
- un altro figlio nato morto (1908)






Sebbene Sophie fosse la moglie dell'erede al trono, a Corte fu sempre messa in secondo piano. Ad esempio, non le fu permesso di sedersi al palco di Corte nel teatro o andare in parata nella carrozza dell'arciduca. Anzi, capitava spesso che le fosse proibito accompagnare il marito in qualche occasione ufficiale o che le toccasse chiudere il seguito dell'imperatore come una donna qualunque. Sophie non poteva neppure cavalcare nello stesso maneggio, in pubblico, al fianco di suo marito.
Per i quattordici anni del loro matrimonio, Sophie non condivise mai il grado, il titolo o la precedenza del marito. La sua posizione presso la corte imperiale era umiliante, aggravata dall'Obersthofmeister imperiale, Alfred, secondo principe di Montenuovo, il cui pregiudizio riguardo il passato e il matrimonio morganatico della donna l'aveva indotto a imporre rigorosamente il protocollo della Corte a spese di Sophie.
Problemi d'etichetta impedirono anche che molte altre Corti d'Europa potessero ospitare la coppia, nonostante la posizione di Francesco Ferdinando quale erede al trono. Tuttavia, alcuni lo fecero, incluso re George V e la regina Mary del Regno Unito che accolsero calorosamente la coppia al Castello di Windsor dal 17 al 21 novembre 1913.
Di tutta la famiglia imperiale, solo l'arciduchessa Stefania, vedova del figlio di Sissi, rimase loro vicino e sovente Francesco Ferdinando e Sophie la invitarono con la figlia nel loro castello in Ungheria.

Non cessando mai di considerare queste restrizioni come offese personali profondamente dolorose, Sophie si sentì totalmente giustificata nell'affermare i suoi pieni diritti come moglie dell'erede di una delle grandi potenze europee. Nel 1905, l'imperatore Francesco Giuseppe cedette un po 'elevandola al titolo di duchessa di Hohenberg (Herzogin von Hohenberg), permettendole così di essere intitolata come "Vostra Altezza Serenissima". Nel 1909, l'imperatore aumentò ulteriormente lo status della duchessa permettendole di essere indicata come "Hoheit" ("Altezza"), rendendo così il suo status in pubblico un po 'meno socialmente scomodo di prima, con il diritto di avere una vita più dignitosa e di ricoprire ruoli ufficiali.




Sia Francesco Ferdinando che Sophie erano molto pii e devoti, ma mentre nel caso del marito si trattava in gran parte di attenersi a riti prescritti socialmente, nei riguardi di Sophie la religione era una parte importante della sua routine quotidiana. Raramente trascurava la confessione o la Santa Comunione e sia lei che lo sposo erano assai attivi nei circoli cattolici di Vienna fra i quali c'era il Partito Sociale Cristiano del Dr. Karl Lueger (1844-1910), che come sindaco di Vienna portava avanti una campagna antisemita e anti-socialista. Commentando la politica austriaca, Papa Pio X osservò che "l'arciduca vede attraverso gli occhi di sua moglie". In linea col pensiero del "pangermanismo" di fine Ottocento-inizio Novecento, Sophie non solo era d'accordo con Francesco Ferdinando, che considerava gli ebrei come una minaccia per l'ordine sociale perché tradizionalmente troppo liberali e solidali con il marxismo, ma gli dava la sicurezza di perseguire una linea d'azione che presto si allontanò significativamente da quella dell'imperatore noto per il suo cosmopolitismo.

A volte, la duchessa di Hohenberg era in grado di impegnarsi in quel tipo di azioni pubbliche a cui suo marito non avrebbe mai osato partecipare. Nell'aprile 1901 ella partecipò ad una manifestazione di militanti cattolici a Vienna e il pubblico viennese rimase stupito nel vedere Sophie condurre una processione di 200 signore alla moda e aristocratiche che marciarono in diverse chiese della città.
Di nuovo, affermando i suoi diritti come moglie dell'erede al trono, nel 1913 Sophie, accompagnata dai suoi figli, andò ostentatamente con Francesco Ferdinando alle manovre militari che si stavano svolgendo in Boemia: la sua presenza in quest'occasione causò una tempesta di proteste in Parlamento dove alcuni deputati l'accusarono d'intromettersi al punto di determinare come le truppe dovevano marciare durante gli esercizi.
Uno dei più astuti osservatori della scena di Corte viennese, il barone Albert von Margutti, descrisse la duchessa come "una donna d'elevata intelligenza, straordinariamente ambiziosa, risoluta e tuttavia vanitosa, senza la minima intenzione di adattarsi alla posizione di moglie morganatica che teneva attentamente in secondo piano. Al contrario, tendeva ogni nervo, con uno zelo non sempre accompagnato dal tatto necessario, specialmente dopo aver presentato il marito con una figlia e due figli, per affermare tutti i suoi diritti come moglie dell'erede al trono."




Sophie e Francesco Ferdinando ad una battuta di caccia

Risulta quindi grottesco che proprio quel 28 giugno 1914 Sophie accompagnasse l 'arciduca durante la sua visita a Sarajevo e che gli sedesse accanto sull'automobile che li conduceva per le vie principali della capitale Bosniaca in festa. 
Di solito a Sophie non era permesso di accompagnare il marito in visite cerimoniali a causa del suo status inferiore, ma in questa occasione Francesco Ferdinando fu invitato come comandante militare piuttosto che come personaggio reale: l'arciduca quindi fece in modo che Sophie si unisse a lui il 28 giugno, il terzo e ultimo giorno, per una rassegna delle truppe seguita da una visita in città per inaugurare un nuovo museo prima di tornare a Vienna.






Sophie e Franz Ferdinand furono assassinati proprio quel giorno per mano di un nazionalista serbo.





Furono sepolti fianco a fianco, come avevano richiesto, nella cripta del castello di Artstetten poiché la sepoltura nella cripta imperiale era proibita a Sophie.


La coppia visse momenti felici nel castello di Artstetten nella valle del Wachau, in Bassa Austria.
Nel 1889, la proprietà fu data all'arciduca Francesco Ferdinando che fece ampi lavori di ristrutturazione al castello. Precedentemente utilizzato come residenza estiva dai membri della dinastia Asburgo, il castello divenne residenza privata ufficiale della coppia "morganatica" e alla morte avvenuta a Sarajevo rimase di proprietà della famiglia Hohenberg. Dopo la morte di Franz, nipote di Francesco Ferdinando, avvenuta nel 1977, la proprietà passò alla primogenita, la principessa Anita di Hohenberg che fondò l'omonima associazione che gestisce la proprietà e che nel 1982 aprì un museo dedicato all'arciduca, l'Erzherzog-Franz-Ferdinand-Museum

lunedì 18 febbraio 2019

L'attentato all'Imperatore Francesco Giuseppe e la Votivkirche


Si ricorda oggi l'attentato subito da Francesco Giuseppe da parte di un indipendentista ungherese il 18 febbraio 1853.

All'ora di pranzo il giovane imperatore Francesco Giuseppe andava a fare una passeggiata sui bastioni di Vienna (abbattuti per costruire la Ringstrasse). Questa abitudine del monarca era già stata sorvegliata da tempo da János Libényi, un sarto di Csákvar vicino a Stuhlweissenburg in Ungheria. Il 18 febbraio 1853, ebbe l'opportunità di attaccare l'Asburgo in prossimità dei bastioni della Kärntnertor.


Quando l'Imperatore si sporse oltre il muro del bastione per guardare giù nel fossato, l'uomo trasse un coltello da cucina da sotto i vestiti, che egli aveva limato sui due lati per farne una sorta di pugnale; dunque con un balzo saltò verso Francesco Giuseppe. Fu fortunato poiché la lama scivolò sul robusto colletto della sua uniforme, lasciandolo con una piccola sanguinante sulla nuca. 


La lama conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna

Fu grazie al rapido intervento dell'aiutante di campo dell'imperatore, Maximilian O'Donnell, e la tempestiva azione del vicino macellaio viennese, Joseph Christian Ettenreich, che il malvivente venne rapidamente arrestato e il monarca poté essere salvato dal peggio. 
Già alle 16, solo poche ore dopo l'assalto al sovrano, venne pubblicata un'edizione supplementare della "Wiener Zeitung", in cui era descritta l'intera vicenda nonché l'annuncio che per "per la felice salvezza di Sua Maestà" alle 18 del pomeriggio era previsto un Te Deum nella cattedrale di Santo Stefano. Non c'è bisogno di scriverlo, ma è ovvio che la chiesa fosse gremitissima e già prima dell'inizio della funzione religiosa la gente si era assiepata in ogni dove. 
Lungo le strade tra l'Hofburg e la cattedrale, la guardia d'onore degli Asburgo aveva lasciato libero il passaggio per la famiglia imperiale che, applaudita dai viennesi con forti urla di "Vivat!", raggiunse il Te Deum.
Ci furono anche molti applausi al ritorno della famiglia imperiale, e dalle finestre, nelle quali erano stati posti busti o ritratti di Francesco Giuseppe, brillavano le luci più gioiose. Fino a tarda notte la gente continuò a festeggiare nelle strade di tutta Vienna e anche nel resto dell'Impero.
L'assassino venne giustiziato 8 giorni dopo l'episodio.

I due coraggiosi uomini che protessero l'imperatore, il conte O'Donnell e Josef Ettenreich, furono immortalati al memoriale di Heldenberg, in Bassa Austria, nel cui parco sono ospitati statue e busti di governanti austriaci, membri dell'esercito e personalità che ebbero un ruolo importante per l'Impero.



Il fratello dell'imperatore, l'arciduca Ferdinando Massimiliano, in seguito imperatore del Messico, iniziò una raccolta di fondi per costruire una chiesa commemorativa vicino al sito del tentato omicidio per ringraziare Dio per la sopravvivenza di Francesco Giuseppe. La chiesa doveva essere eretta come dono votivo (dono di ringraziamento) dai popoli della monarchia per la salvezza del monarca: 300.000 cittadini risposero alla richiesta di donazioni. 
Nel 1856, l'architetto Heinrich von Ferstel iniziò la costruzione della chiesa in stile neogotico utilizzando l'arenaria bianca, simile alla Cattedrale di Santo Stefano (Stephansdom).



La cosiddetta Votivkirche fu completata ventisei anni dopo e la consacrazione della chiesa avvenne il 24 aprile 1879 in occasione del giubileo d'argento delle nozze dell'imperatore Francesco Giuseppe e di sua moglie, l'imperatrice Elisabetta. Massimiliano non riuscì a vederla completata poiché sarà giustiziato dai rivoltosi messicani nel 1867.






La chiesa fu gravemente danneggiata durante la seconda guerra mondiale e da allora è stata teatro di costanti lavori di restauro. L'arenaria bianca deve essere costantemente rinnovata e protetta da possibili ulteriori danni ambientali.




sabato 16 febbraio 2019

La leggenda che Sissi vestì sempre e solo di nero


Ma davvero l'imperatrice Elisabetta vestì sempre di nero dopo la morte del figlio Rodolfo? 
Non del tutto...

La storia della sovrana vestita esclusivamente a lutto non è propriamente corretta. Ormai da anni, se non da un secolo, si racconta di questa imperatrice totalmente infelice che, affranta dalla morte del figlio Rodolfo, così simile a lei nel carattere, continuò a vestire in gramaglie fino alla fine dei suoi giorni. Ma combacia davvero con la realtà? In parte sì, nel senso che bisogna contestualizzare il lutto della sovrana. 
Nel XIX secolo, infatti, le usanze per un lutto erano assai differenti rispetto a quelle di oggi, addirittura già diverse rispetto a quelle di inizio Novecento. 
Tralasciando i vari rituali - come ad esempio l'esposizione della salma per più giorni, addirittura le fotografie post-mortem tipiche della tradizione vittoriana, ma anche solamente le "finestrelle" aperte sul coperchio della bara per far vedere il volto del caro estinto...  che già basterebbero per far drizzare i capelli in testa - sappiamo che il vestire in gramaglie fosse un’usanza assai comune e il lutto era considerato "parte della vita". 
Esattamente come per altri aspetti della vita, anche il lutto era disciplinato da regole ben precise: la sua durata dipendeva dalla relazione con il defunto, tant’è che le vedove vestivano di nero completo per due anni, mentre gli altri componenti della famiglia portavano il nero rispettivamente i genitori per un anno, nonni e fratelli sei mesi, per zie e zii due mesi e così via… 
In questo periodo non vi doveva essere alcun sgarro alla regola e tutti dovevano vestire di nero continuativamente; in questo senso, nessuno poteva più partecipare ad eventi sociali per tutto quell'arco di tempo, o per periodi più brevi di 6-12 mesi. Va anche considerato l’alto rispetto e l’alta educazione del tempo: una donna in gramaglie non sarebbe mai stata importunata da chicchessia.
Anche numerose riviste di moda dell'epoca, ulteriormente, riportavano articoli sull'importanza del rispetto delle regole per le gramaglie. Nella rivista „Der Bazar" del 10 agosto 1891, ad esempio, si ritrova scritto che il lutto "[...] protegge la vittima dal contatto spericolato con il mondo esterno, di erigere una barriera tra loro e gli astanti [...]"

Anche alla rigida Corte di Vienna esisteva un cerimoniale che regolamentava i rituali da eseguire in caso di lutto. Tale periodo era diviso in tre fasi: il lutto profondo, il semplice lutto e il cosiddetto Austrauern – la terza fase che conduceva alla fine del periodo. 
In linea generale, in caso di morte di un sovrano, anche la popolazione dell’Impero era obbligata a tenere il lutto mediante fasce o abiti scuri per una durata di circa 3-6 mesi. 
In seno alla famiglia imperiale, invece, le regole erano quelli di cui sopra. In generale, la servitù indossava fasce o polsini neri così come per i corpi militari.
La morte di un parente era mostrata esternamente per mezzo dell'abbigliamento e nell'aspetto: la semplicità, il rigore e il totale abbandono dei colori erano un regola comune anche a Vienna.

Due ritratti di Elisabetta vestita di nero:





Il tema della morte e del dolore copre un'area importante nella vita dell'imperatrice. Un'area che ha contribuito in modo significativo alla formazione del mito. 
Ella aveva dovuto fare i conti con la morte fin dalla sua adolescenza e condusse alla tomba molti suoi parenti, alcuni dei quali, compreso anche il suo poeta preferito Heinrich Heine, cercò di invocare mediante spiritismo secondo la moda del tempo… dunque non era strana solo lei.
Accompagnò alla tomba anche due figli; nel caso specifico la figlia primogenita Sofia morì all'età di due anni a causa della dissenteria, proprio tra le braccia di sua madre: in risposta a questo dramma mortale, l’imperatrice aveva preso le distanze dagli altri due figli, Gisella e Rodolfo. La reazione dell'imperatrice a questo primo colpo fatale è dunque, almeno secondo il mio punto di vista, assai comprensibile.  Una specie di auto protezione. La distanza dalla propria prole vivente è dunque, in quest'ottica, giustificabile.
Affidò dunque i bambini alle cure di sua zia e suocera, l'arciduchessa Sofia che sapeva essere una nonna amorevole e che voleva sempre prendersi cura dei propri nipoti. 

Ritratto della primogenita dell'Imperatrice sul letto di morte.
Acquerello su carta, Barabäs Miklos, 1857

Quindici mesi dopo la morte della figlia, Elisabetta diede alla luce il tanto atteso principe ereditario Rodolfo. Egli aveva cercato invano l'amore della madre, così distante, preda di angosce ed inquietudini che cercava di fronteggiare con la fuga e con i lunghi viaggi per l'Europa. 
Solo una volta l'imperatrice intervenne con veemenza e con grandi conseguenze nella sua vita: quando era tormentato da un educatore assolutamente inadatto e sadico. A quel tempo Elisabetta aveva inviato un ultimatum al marito con il quale ella sanciva, da quel momento in poi, la sua totale  libertà su ogni fronte, ma si assumeva anche la responsabilità della selezione degli insegnanti e dei tutori di suo figlio. Grazie a questa educazione impartitagli dalla madre, il principe ereditario crebbe con spirito liberale, cosmopolita e dunque... particolarmente  impopolare a Corte.
All'età di trent'anni, Rodolfo visse una profonda crisi personale. Aveva una grave depressione ed era in cattive condizioni di salute a causa della sua tossicodipendenza e della gonorrea. Nell'autunno del 1888, quando incontrò per la prima volta la sedicenne Maria Vetsera, il principe ereditario aveva trovato un'amante che era pronta a morire con lui. E così si arrivò alla tragedia di Mayerling.
Fu dopo il suicidio di Rodolfo, il principe ereditario, che Sissi cadde in una profonda depressione che la condusse ad errare in giro per l’Europa, Mater dolorosa questo il suo appellativo, fino a quando la sua vita tormentata non ebbe fine col suo assassini a Ginevra. 
In questo lungo periodo di 10 anni, si dice che vestisse solo di nero e si racconta che donò tutti i suoi abiti colorati e i gioielli alla famiglia. I gioielli furono sostituiti da quelli “da lutto”, secondo convenzione, tutti realizzati con pietre di colore scuro (come l’onice), evitando così l’oro e le pietre preziose. 


La curatrice del Sisi-Museum, Olivia Lichscheidl, con un collier d'onice dell'Imperatrice



Al Sisi-Museum di Vienna e a Schonbrunn, sono esposti molti bellissimi abiti neri dell’imperatrice, provenienti da lasciti dei discendenti della famiglia imperiale: la cosiddetta "roba nera" dell'imperatrice Elisabetta si compone di indumenti e accessori come ventagli, ombrelli, gioielli e fazzoletti che ci mostrano l'approccio personale di Sissi al dolore e alla perdita.


La cintura in moiree di seta nera realizzata a Parigi mostra il girovita incredibilmente sottile dell'Imperatrice di soli 51 cm. 
Elisabetta sottolineò per tutta la sua esistenza il suo fine  girovita attraverso l'utilizzo di alte cinture. 

Sempre la curatrice del Sisi-Museum con un ventaglio nero della sovrana

Abiti neri dell'Imperatrice Elisabetta. Il primo, di gala con lungo strascico in seta marezzata, è conservato al Museo delle Carrozze del Palazzo di Schonbrunn




Come la maggior parte dei vestiti dell'Imperatrice, anche questa qui sopra era composta da diverse parti: una gonna fatta di volant e spacchi con bordi in merletto a fuselli di colore nero, il top a collo alto con altri volant di pizzo e maniche a sbuffo. Ne faceva parte anche un mantello di velluto con rifiniture di perline e seta. Circa 1890.
Del completo nero da passeggio facevano parte anche dei mocassini marroni in pelle, con lacci e fibbie dorate, che non mostrano alcuna distinzione tra la scarpa sinistra e quella destra 
Questo abito proviene dal patrimonio personale della figlia più giovane dell'imperatrice, l'arciduchessa Maria Valeria.


Riproduzione d'un abito nero di Elisabetta al Sisi-Museum

Però… Però… Però… recenti acquisti da parte del Sisi-Museum rivelano che l’imperatrice non indossò esclusivamente il nero fino alla fine dei suoi giorni. In mezzo a tanti abiti e tanti oggetti di colore nero, se ne ritrovano molti del periodo 1889-1898 che sono completamente colorati, vestiti bianchi o di colori pastello, nonché azzurri o lilla provenienti dal lascito dell’imperatrice (di proprietà del genero, l’arciduca Francesco Salvatore) acquistato nel 2012 presso la casa d’aste Hermann Historica di Monaco di Baviera. 
Fra questi spiccano due abiti privati colorati, posteriori alla morte di Rodolfo, uno sui toni dell’azzurro e un altro sui toni del rosa, molto eleganti e alla moda, con maniche a sbuffo e inserti in merletto che ci suggeriscono di pensare che Elisabetta scegliesse di indossare il nero principalmente per le occasioni ufficiali, per una sorta di regola, ma non per eventi più intimi e famigliari. Si ricorda in questo senso il primo Natale dopo la morte del principe ereditario quando si presentò alla figlia e al genero in un abito color crema.







Viaggiando da sola e indossando un abito nero, la gente capiva immediatamente che quella donna solitaria fosse in lutto: così facendo si evitava inopportuni avvicinamenti - soprattutto da parte di uomini. Così poteva evitarsi anche qualsiasi visita d'obbligo o qualsiasi ricevimento da parte di nobili parenti o regnanti. Dunque un escamotage, o anche più semplicemente una predilezione il nero che la slanciava e le donava una grazia ed un'eleganza quasi eterea. 
Ciononostante, sappiamo da sporadiche cronache del tempo, che Sissi, anche dopo la morte del figlio, durante le sue vacanze per mari e monti, indossò anche in pubblico degli abiti colorati. Come ad esempio durante un viaggio ad Alicante in occasione del quale indossò un abito giallo!
Le foto che esistono di lei dopo il 1872, quando smise di farsi fotografare, ce la mostrano sempre come una silhouette nera, in lontananza, sempre paparazzata da lontano in compagnia del suo lettore di greco o delle sue dame di compagnia. Ma chi ce lo dice che l'abito fosse davvero nero? E se fosse stato blu? O violetto? O marrone? Verde scuro? Non lo sapremo mai...  
La leggenda che l'Imperatrice portò le gramaglie fino alla fine dei suoi giorni, è nata dunque per via degli articoli riferiti ad eventi ufficiali e che non facevano altro che narrare della sovrana vestita di nero; aneddoto in seguito ripreso dalle prime biografie agiografiche di inizio Novecento che volevano quasi santificarla - madre santa e tragica che rimase in lutto fino alla fine dei sui giorni. Dall'altro, le biografie che invece volevano solo criticarla facendola passare per pazza... stessa cosa che accadde con la regina Vittoria del Regno Unito che rimase in lutto per lunghissimi anni.

Oltretutto sappiamo che Monika Levay, moglie del compositore del famosissimo musical di successo sulla vita di Elisabetta d'Asutria, Sylvester Levay, nella sua ricchissima collezione di oggetti riguardanti la sovrana ha anche due suoi abiti colorati dell'ultimo decennio del XIX secolo esposti nel 2008 in una mostra tenutasi a Monaco di Baviera.





Altri abiti colorati dell'imperatrice, sempre degli anni '90 dell'Ottocento, sono stati battuti all'asta nel novembre 2019 dalla casa d'aste Hermann Historica di Monaco di Baviera. Il primo, per oltre 28.000€ , un bellissimo abito rosa estivo indossato dall'imperatrice per il suo Achilleion a Corfù come dimostra l'etichetta interna col monogramma coi delfini.





Il secondo, un corpetto del 1895 battuto all'asta per oltre 5000€, in seta color crema e gonfie maniche "a prosciutto". 
Un'etichetta in seta con il monogramma coronato "E" in ricamo azzurro, è cucito sul collo e testimonia l'appartenenza all'imperatrice d'Austria che sicuramente sceglieva colori tenuti e pastello per occasioni più intime e famigliari.




Un altro corpetto sempre da Hermann Historica, battuto all'asta per oltre 4000 €, appartenuto all'imperatrice, nuovamente in seta color crema. Dobbiamo dunque pensare che l'imperatrice amasse più rosa che il nero? Chissà...



E ancora, un altro corpetto dell'imperatrice da Hermann Historica. Qui oltre al nero, possiamo ammirare un bel contrasto di colori del panna della fodera e del colore azzurro degli inserti in seta.



Fra gli altri oggetti battuti all'asta se ne ritrovano anche numerosi altri legati all'imperatrice. Circa 19 lotti in totale che nell'insieme hanno raggiunto l'impressionante somma di oltre 315.000 euro, più di dodici volte i prezzi di catalogo di 25.000 euro.
I manufatti provenivano da fonti documentate e vennero scelti vari abiti dal suo elegante guardaroba, come un abito da cerimonia ottomano della seconda metà del XIX secolo, un ricordo del suo viaggio nel Vicino Oriente. Fra questi anche altre vestaglie estive da casa, colorate.



L'abito ottomano per donna della seconda metà del XIX secolo, souvenir dei suoi viaggi in Oriente, prezzo di partenza 1000 €, venduto per 42.000 €


Un altro abito ottomano per donna della seconda metà del XIX secolo, souvenir dei suoi viaggi in Oriente, prezzo di partenza 1200 €, venduto per 30.000 €



Un'altra vestaglia dell'imperatrice acquistata durante i suoi viaggi in Oriente, base d'asta 2000€, venduta per 3000€.


Dunque no, Sissi non vestì solo di nero dopo la morte del figlio. 



Qui sotto una bellissima fotografia di Romy Schneider nuovamente nei panni dell'Imperatrice Elisabetta, ovviamente vestita di nero, nel film "Ludwig" di Luchino Visconti.